In un intervento pubblicato il 29 settembre 2026, il giornalista Adolfo Leonif richiama l’attenzione sul rapporto tra politica e informazione, partendo da un’esperienza personale: in due occasioni, negli ultimi mesi, alcune interviste non sarebbero state concesse e alcune richieste di risposta sarebbero rimaste senza seguito.
Al centro della riflessione c’è il comportamento di quegli esponenti politici che evitano il confronto diretto, selezionano gli interlocutori e affidano la propria comunicazione soprattutto a comunicati stampa, dichiarazioni preparate e messaggi preconfezionati. Secondo l’autore, non si tratta soltanto di una scelta di stile, ma di una dinamica che incide sul rapporto tra chi esercita il potere e chi ha il compito di informare i cittadini.
Quando la comunicazione sostituisce il confronto
In questo scenario, la conferenza stampa rischia di diventare una formalità. La nota ufficiale prende il posto della domanda, mentre la dichiarazione finisce per sostituire il confronto. La cosiddetta velina può così trasformarsi nel contenuto stesso della notizia e il giornalista può essere ridotto al ruolo di semplice ripetitore.
La questione, osserva Leonif, non riguarda soltanto i grandi palazzi della politica nazionale. Il problema può presentarsi anche a livello locale, dove i rapporti tra amministratori, partiti, giornalisti e interessi del territorio risultano spesso più ravvicinati. In una comunità di dimensioni ridotte, proprio la vicinanza tra i protagonisti rende ancora più importante tutelare l’indipendenza dell’informazione.
Un politico, prosegue la riflessione, dovrebbe accettare di essere criticato e un amministratore dovrebbe poter rispondere a domande anche scomode. A un rappresentante delle istituzioni può essere chiesto conto di una decisione, di una promessa o di una contraddizione. Allo stesso tempo, il giornalista dovrebbe poter porre quei quesiti senza essere costretto a scegliere tra l’accesso alle informazioni e la propria autonomia professionale.
Il ruolo del giornalista
Il rischio descritto nell’intervento non passa necessariamente da una censura esplicita. Può bastare un sistema nel quale chi insiste sulle domande più scomode viene progressivamente escluso, mentre chi garantisce maggiore visibilità e toni accomodanti viene favorito. In questo modo, le interviste diventano concessioni e le informazioni vengono distribuite secondo convenienze.
Una simile situazione può mettere in difficoltà anche il giornalista, spinto ad adeguarsi per non perdere una fonte, per convenienza professionale o per la difficoltà di mantenere una distanza netta dal potere in territori dove molti si conoscono. Ma il compito dell’informazione, sottolinea l’autore, non è fare da megafono né a chi governa né a chi sta all’opposizione: è fare domande, verificare e raccontare, anche quando le risposte non arrivano.
Una velina può rappresentare una fonte, ma non può diventare automaticamente una notizia. Ogni dichiarazione dovrebbe essere verificata e, quando necessario, sottoposta a critica. Il problema nasce quando il potere pretende di stabilire non soltanto ciò che vuole comunicare, ma anche il modo in cui deve essere raccontato, e quando una parte dell’informazione accetta questa logica come normale.
La riflessione si chiude richiamando il destinatario finale del lavoro giornalistico: il cittadino. Se alla comunità arriva soltanto ciò che il potere decide di rendere noto, la questione non riguarda più esclusivamente la stampa, ma la qualità del confronto pubblico e della democrazia. Per questo, conclude l’intervento, servono amministratori disponibili a rispondere e giornalisti pronti a porre domande, anche quando non sono gradite.