Un’aggressione ai danni di una docente, citata nel testo senza ulteriori dettagli, diventa il punto di partenza per una riflessione sulla perdita del senso del bene e del male. L’autore sostiene che il problema non riguardi soltanto la frequenza degli errori morali, ma la crescente difficoltà di riconoscere l’esistenza di criteri oggettivi per distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.
Il relativismo e la crisi dei riferimenti
Nella società contemporanea, osserva il commento, il giudizio morale viene spesso ricondotto alla sfera delle preferenze individuali. Espressioni come ognuno ha la propria verità o finché non faccio del male a qualcuno tutto è lecito rischiano di trasformare il bene e il male in categorie dipendenti dalle circostanze, dalla cultura o dai desideri personali. In questo quadro, la domanda è giusto? può lasciare il posto a una valutazione basata sulla convenienza.
La riflessione richiama quindi il ruolo avuto dalla tradizione cristiana nella cultura europea, considerata per secoli un riferimento per interpretare il dovere, la responsabilità e il significato dell’esistenza. L’autore precisa che le società del passato non furono prive di violenze e ingiustizie, ma sostiene che disponessero di un linguaggio morale condiviso, capace di definire alcune azioni come sbagliate indipendentemente dal vantaggio ottenuto. Con l’indebolimento della fede religiosa, questa impostazione sarebbe diventata meno convincente per una parte della società.
Legge, coscienza e responsabilità
Il testo analizza anche il nichilismo e il relativismo, presentati come orientamenti che mettono in discussione l’esistenza di valori universali. Se ogni principio fosse relativo, sostiene l’autore, diventerebbe difficile stabilire perché la giustizia debba essere preferita all’ingiustizia, il coraggio alla viltà o la solidarietà all’egoismo. La legge, inoltre, non coinciderebbe automaticamente con la morale: una norma può essere formalmente valida, mentre una maggioranza o un potere politico possono sostenere decisioni profondamente ingiuste. Il riferimento storico a Stalin e Hitler serve a evidenziare il rischio di confondere ciò che è consentito con ciò che è giusto.
Secondo l’autore, una comunità non vive soltanto di divieti e sanzioni, ma anche di convinzioni interiorizzate. Il rispetto degli altri, il mantenimento di una promessa, la restituzione di un bene trovato o la rinuncia a un vantaggio personale presuppongono il riconoscimento di qualcosa che supera l’interesse immediato. Tra i riferimenti citati compaiono la dignità umana, la ragione, i diritti, la reciprocità e la filosofia di Kant, accanto alla prospettiva religiosa di un bene non inventato dall’uomo, ma riconosciuto come precedente e superiore alle opinioni individuali.
La conclusione riguarda il rapporto tra libertà e verità. Una libertà intesa come possibilità di stabilire autonomamente ogni criterio rischierebbe, nella lettura proposta, di trasformarsi in arbitrio. Al contrario, scegliere consapevolmente ciò che è buono potrebbe rappresentare una forma più piena di libertà. La domanda finale non è soltanto che cosa sia possibile fare, ma perché e in nome di quale bene si debba agire. Il commento è stato pubblicato il 23 settembre 2026 nella sezione Attualità.