Diritto sanitario

Nelle Marche ginecologi obiettori al 67,4%, a Fermo il 100%

Rilevazioni 2023: dieci specialisti su dieci scelgono l’astensione, mentre gli altri addetti raggiungono appena quota 3%.

Nelle Marche ginecologi obiettori al 67,4%, a Fermo il 100%

L’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza presenta forti differenze territoriali. Nelle Marche, secondo i dati più recenti relativi al 2023, la quota di ginecologi che ricorrono all’obiezione di coscienza raggiunge il 67,4%, contro il 57,1% registrato a livello nazionale. Il dato regionale è riportato nella mappa realizzata da Chiara Lalli e Sonia Montegiove per Mai Dati. Tra gli anestesisti, invece, la percentuale indicata per il territorio marchigiano è del 35,1%.

Il quadro cambia ulteriormente se si analizzano i singoli presidi ospedalieri. All’ospedale di Fermo, tutti i dieci ginecologi presenti risultano obiettori di coscienza, con una percentuale pari al 100%. La stessa quota viene riportata per Jesi. Percentuali elevate sono indicate anche a Fano, con l’89%, a Senigallia, con l’82%, e a Civitanova, con l’89%. Il dato relativo al restante personale sanitario è invece molto più basso a Fermo, dove si attesta al 3%. A San Benedetto del Tronto raggiunge il 70%.

Le differenze tra gli ospedali

Secondo la ricostruzione citata nell’articolo, Urbino rappresenta il presidio con la percentuale più contenuta di ginecologi obiettori, pari al 20%. Negli altri ospedali marchigiani il servizio viene descritto come garantito, sebbene con difficoltà organizzative e con livelli di accessibilità differenti. La presenza di personale obiettore è infatti uno degli elementi che possono incidere sulla possibilità di usufruire dell’interruzione volontaria di gravidanza nella propria provincia.

La legge 194 del 22 maggio 1978 prevede che l’interruzione possa essere praticata entro i primi 90 giorni di gravidanza quando la prosecuzione della gestazione, il parto o la maternità comportino un serio pericolo per la salute fisica o psichica della donna. La normativa considera anche le condizioni di salute, economiche, sociali e familiari, le circostanze del concepimento e la possibilità di anomalie o malformazioni del concepito. Dopo i primi tre mesi, la procedura è consentita nei casi previsti dalla legge, in particolare quando esista un grave pericolo per la vita della donna o per la sua salute fisica o psichica.

Aborto farmacologico e regole regionali

In questo contesto si inserisce anche il ricorso all’aborto farmacologico, effettuato attraverso l’assunzione di mifepristone, noto come RU486, e misoprostolo a distanza di 48 ore. Nelle Marche la procedura è prevista in ospedale, in regime di day hospital, fino alla settima settimana di gestazione.

La regione non ha recepito le indicazioni del Ministero della Salute del 2020 sull’estensione dell’utilizzo della RU486 fino a nove settimane. Le modalità organizzative adottate contribuiscono quindi alle differenze territoriali nell’accesso al servizio, insieme alla disponibilità di strutture e personale dedicati. In alcuni casi, le donne possono essere costrette a rivolgersi a un presidio fuori dalla provincia o dalla regione di residenza, sostenendo anche i costi connessi agli spostamenti.

Il tema è stato analizzato anche dal rapporto di Medici del Mondo Italia pubblicato nel 2024, che ha esaminato gli ostacoli nell’applicazione della legge 194 e le disparità nell’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza. I dati richiamati riportano dunque una distanza tra il riconoscimento formale del diritto e le condizioni concrete necessarie per esercitarlo.